11 . 9 . 2012
Andamos, andiamo e continuamos ad andar. Gasolio per il TIR e cocacola per noi, tra la linea spezzettata a sx e quella continua a dx, ci sembra di essere sempre fermi. è la lingua che ablamo che ci dice donde siamo. Anche le informazioni che alcune volte chiediamo sono sempre quelle: - Schiusmo muoi, Mister, sil vous plais, magazzino LID’L? Hvala, ciao -
Si alla fine “Ciao” si usa ovunque in qualsiasi posto.
(Alberto)

11 . 9 . 2012

Andamos, andiamo e continuamos ad andar. Gasolio per il TIR e cocacola per noi, tra la linea spezzettata a sx e quella continua a dx, ci sembra di essere sempre fermi. è la lingua che ablamo che ci dice donde siamo. Anche le informazioni che alcune volte chiediamo sono sempre quelle: - Schiusmo muoi, Mister, sil vous plais, magazzino LID’L? Hvala, ciao -

Si alla fine “Ciao” si usa ovunque in qualsiasi posto.

(Alberto)

3 . 9 . 2012
Abbiamo corso tutta la notte per arrivare a caricare stamattina alle 10.00 e alle 19.30 ci hanno detto che se siamo fortunati, la merce è pronta alle 15.00.
Noo abbiamo pensato così ci può raggiungere la stanchezza che abbiamo seminato alle 4.00 quando abbiamo detto: “Ce l’abbiamo fatta, buona notte”
(Alberto)

3 . 9 . 2012

Abbiamo corso tutta la notte per arrivare a caricare stamattina alle 10.00 e alle 19.30 ci hanno detto che se siamo fortunati, la merce è pronta alle 15.00.

Noo abbiamo pensato così ci può raggiungere la stanchezza che abbiamo seminato alle 4.00 quando abbiamo detto: “Ce l’abbiamo fatta, buona notte”

(Alberto)

27.08.12
Trevenzuolo – Verona - Italy
Dopo le prime 4 settimane sento che il film ha passato un fatidico giro di boa. 10.000 km non sono stati proprio una passeggiata anche se al seguito di Branko e Maki, due persone speciali, prima che camionisti, e soprattutto a bordo di un bellissimo camper che oggi abbiamo riconsegnato in anticipo di 19 giorni, siamo stati benissimo, abbiamo lavorato moltissimo e ci siamo fatti anche delle grasse risate. Tuttavia, ho deciso che proseguirò da solo, Luca, Igor e Lucia hanno dato il massimo e il massimo è stato, spero, impresso nella “pellicola” , ma ora il massimo lo posso raggiungere solo se rimango da solo con Branko, dentro alla sua cabina, “che poi sua non è”, (citazione del buon vecchio Vecchi).Non è sempre facile seguire una sensazione o un’intuizione, se così là si vuol chiamare, ma filmando il teatro della vita, e specialmente della vita dei camionisti dove il tempo è frenetico, e poi immobile e poi assente e poi necessario, e i ritmi biologici naturali vengono ad essere trasformati in ritmi che seguono la necessità del lavoro e non delle normali convenzioni sociali, come tutti noi siamo abituati, allora per raccontare tutto questo è necessario che rimanga costantemente dentro a questa scansione particolare del tempo.
Il concetto di notte e di giorno, di pranzo e di cena, di colazione mattutina o di pausa caffè saltano qui dentro, in questa e in qualsiasi altra cabina di un Tir in Europa ma credo pure anche in tutto il mondo ed è impossibile che chi mi affianca in questo film riesca a sostenere uno stile di vita così anomalo, ancor di più, stando fuori da questa camera iperbarica dove il mondo “normale”  scorre 2 metri sotto i nostri piedi (dei camionisti).Il film è in questa cabina. È qui, in questi 4 metri cubi su 12 ruote rotolanti, che si trova il mio film, qui dentro scorre il 90% del tempo di questo uomo che chiamiamo camionista, solo perché guida tutti i giorni un camion. È qui dentro che può emergere il paradosso di questo uomo e forse anche di qualcun’altro. (Alberto)

27.08.12

Trevenzuolo – Verona - Italy


Dopo le prime 4 settimane sento che il film ha passato un fatidico giro di boa. 10.000 km non sono stati proprio una passeggiata anche se al seguito di Branko e Maki, due persone speciali, prima che camionisti, e soprattutto a bordo di un bellissimo camper che oggi abbiamo riconsegnato in anticipo di 19 giorni, siamo stati benissimo, abbiamo lavorato moltissimo e ci siamo fatti anche delle grasse risate. Tuttavia, ho deciso che proseguirò da solo, Luca, Igor e Lucia hanno dato il massimo e il massimo è stato, spero, impresso nella “pellicola” , ma ora il massimo lo posso raggiungere solo se rimango da solo con Branko, dentro alla sua cabina, “che poi sua non è”, (citazione del buon vecchio Vecchi).
Non è sempre facile seguire una sensazione o un’intuizione, se così là si vuol chiamare, ma filmando il teatro della vita, e specialmente della vita dei camionisti dove il tempo è frenetico, e poi immobile e poi assente e poi necessario, e i ritmi biologici naturali vengono ad essere trasformati in ritmi che seguono la necessità del lavoro e non delle normali convenzioni sociali, come tutti noi siamo abituati, allora per raccontare tutto questo è necessario che rimanga costantemente dentro a questa scansione particolare del tempo.

Il concetto di notte e di giorno, di pranzo e di cena, di colazione mattutina o di pausa caffè saltano qui dentro, in questa e in qualsiasi altra cabina di un Tir in Europa ma credo pure anche in tutto il mondo ed è impossibile che chi mi affianca in questo film riesca a sostenere uno stile di vita così anomalo, ancor di più, stando fuori da questa camera iperbarica dove il mondo “normale”  scorre 2 metri sotto i nostri piedi (dei camionisti).
Il film è in questa cabina. È qui, in questi 4 metri cubi su 12 ruote rotolanti, che si trova il mio film, qui dentro scorre il 90% del tempo di questo uomo che chiamiamo camionista, solo perché guida tutti i giorni un camion. È qui dentro che può emergere il paradosso di questo uomo e forse anche di qualcun’altro. (Alberto)

28 agosto – 14.00 – Bolzano11.898 chilometri.Abbiamo attraverso mezza Europa, circumnavigato le più grandi città, restando sempre nascosti nelle periferie, nelle aree rurali, dietro le alte recinzioni di quelle fabbriche isolate, che in silenzio e quasi di nascosto, tessono le fila della nostra economia.Dietro al tir, siamo diventati anche noi fantasmi della globalizzazione. Abbiamo attraversato Dijone senza il tempo di comprare un barattolo di senape, siamo arrivati a Nantes ricordandone solo un marciapiede davanti alla ferrovia merci, abbiamo raggiunto la Svezia, senza avventurarci alla ricerca della luce del nord, siamo andati in Danimarca senza vedere la Sirenetta, percorso l’Ungheria, scaricando a nord, a sud e ad est di Budapest, quasi al confine con l’Ucraina, senza mai neanche sfiorare la grande capitale squarciata in due dal Danubio blu.Abbiamo trasportato merci; di tutto, ovunque.Abbiamo caricato radiatori in Italia per scaricarli a Nantes; trasportato patate  da Talcy all’Italia, pesche da Forlì alla Svezia, sballottato frutta mista tra Vicenza e la Danimarca, pane e maiale caricati in Germania e diretti a Modena, rifornito di frutta e valeriana tre fabbriche in Ungheria, caricato palette di legno in Austria.Ci siamo nutriti di autostrade, gomme, gasolio.In Francia siamo rimasti interdetti di fronte al sistema un po’ troppo creativo a birilli sparsi, che modificava le corsie con lavori in corso; abbiamo ammirato con occhi increduli tutto l’imponente piano energetico di centrali a carbone e pale eoliche del nord europa; abbiamo trovato autogrill impeccabili, ma cupi e deserti in Austria; siamo rimasti sconvolti dal sovraffollamento ipereccitato delle aree di sosta in Germania; ci siamo rilassati nell’atmosfera tranquilla, sorridente e ancora a misura d’uomo delle pompe di benzina ungheresi.Ma il nostro viaggio finisce qua. Dopo quattro settimane tutto è pronto, Alberto pure. Da oggi continuerà da solo. Chiuso nella cabina del tir con Branko, senza più alcuna via di uscita esterna, senza più distrazioni nè protezione, nè un camper, nè un team. Da soli, per mille luoghi, corrono centinaia di camionisti, che a ragnatela collegano i quattro punti cardinali di quest’Europa fin troppo unita, almeno a guardarla dalla prospettiva rialzata e in velocità di una cabina di guida.Da solo da qualche parte, continua a viaggiare Maki, sognando di tornare a casa e riabbracciare il piccolo Luka. Da solo, Alberto affronterà le ultime settimane di ripresa.Da solo, Branko continuerà a caricare e scaricare merci, macinare asfalto e chilometri.Tutti insieme, continueranno a raccogliere lungo la strada i germogli di questo forte, intenso, velocissimo film, TIR. (Lucia)

28 agosto – 14.00 – Bolzano
11.898 chilometri.

Abbiamo attraverso mezza Europa, circumnavigato le più grandi città, restando sempre nascosti nelle periferie, nelle aree rurali, dietro le alte recinzioni di quelle fabbriche isolate, che in silenzio e quasi di nascosto, tessono le fila della nostra economia.

Dietro al tir, siamo diventati anche noi fantasmi della globalizzazione.
Abbiamo attraversato Dijone senza il tempo di comprare un barattolo di senape, siamo arrivati a Nantes ricordandone solo un marciapiede davanti alla ferrovia merci, abbiamo raggiunto la Svezia, senza avventurarci alla ricerca della luce del nord, siamo andati in Danimarca senza vedere la Sirenetta, percorso l’Ungheria, scaricando a nord, a sud e ad est di Budapest, quasi al confine con l’Ucraina, senza mai neanche sfiorare la grande capitale squarciata in due dal Danubio blu.

Abbiamo trasportato merci; di tutto, ovunque.
Abbiamo caricato radiatori in Italia per scaricarli a Nantes; trasportato patate  da Talcy all’Italia, pesche da Forlì alla Svezia, sballottato frutta mista tra Vicenza e la Danimarca, pane e maiale caricati in Germania e diretti a Modena, rifornito di frutta e valeriana tre fabbriche in Ungheria, caricato palette di legno in Austria.

Ci siamo nutriti di autostrade, gomme, gasolio.
In Francia siamo rimasti interdetti di fronte al sistema un po’ troppo creativo a birilli sparsi, che modificava le corsie con lavori in corso; abbiamo ammirato con occhi increduli tutto l’imponente piano energetico di centrali a carbone e pale eoliche del nord europa; abbiamo trovato autogrill impeccabili, ma cupi e deserti in Austria; siamo rimasti sconvolti dal sovraffollamento ipereccitato delle aree di sosta in Germania; ci siamo rilassati nell’atmosfera tranquilla, sorridente e ancora a misura d’uomo delle pompe di benzina ungheresi.

Ma il nostro viaggio finisce qua. Dopo quattro settimane tutto è pronto, Alberto pure. Da oggi continuerà da solo. Chiuso nella cabina del tir con Branko, senza più alcuna via di uscita esterna, senza più distrazioni nè protezione, nè un camper, nè un team.

Da soli, per mille luoghi, corrono centinaia di camionisti, che a ragnatela collegano i quattro punti cardinali di quest’Europa fin troppo unita, almeno a guardarla dalla prospettiva rialzata e in velocità di una cabina di guida.
Da solo da qualche parte, continua a viaggiare Maki, sognando di tornare a casa e riabbracciare il piccolo Luka.
Da solo, Alberto affronterà le ultime settimane di ripresa.
Da solo, Branko continuerà a caricare e scaricare merci, macinare asfalto e chilometri.
Tutti insieme, continueranno a raccogliere lungo la strada i germogli di questo forte, intenso, velocissimo film, TIR.
(Lucia)

21 agosto – ore 12.00 
10.590 chilometri percorsi
Ormai è diventato normale anche per noi: sul camion si vive sempre così, in attesa, sempre all’ultimo minuto, sempre nell’imprevisto. Non sai mai nulla di quello che accadrà domani, che tempi avrai, dove sarai. Sai solo che, quando arriverà la telefonata con le indicazioni su luogo e ora, saresti già dovuto partire ore prima, sarai già in ritardo. Di fronte a questi assurdi Maki ride, di quella risata ventrale e profonda, da genio del male, che ha. Lui è abituato, conosce il suo lavoro e sa gestirlo. E in queste settimane ha cercato di insegnare anche a noi come non crollare sotto lo stress fisico e psicologico di questi ritmi, pressioni, come non cedere sotto i chilometri percorsi in estrema fretta, mai a più di 80 km orari. Oggi ripartiamo, ma Maki ha terminato il suo affiancamento, dice che siamo pronti per andare da soli. “Speriamo”, e ride. Guarda Branko, cercando nei suoi occhi la conferma di poterlo lasciare da solo alla guida del Volvo a 12 ruote. L’ultimo viaggio insieme è stata una nuova avventura. Arrivo all’1 di notte, pronti per lo scarico alle 6 del mattino. Devi già essere lì, perché se ti fermi e entri in pausa, non puoi più ripartire prima di 9 ore.
Solo che stavolta l’indirizzo della consegna risulta inaccessibile a carichi maggiori alle 6 tonnellate; e noi ne portiamo quasi 40. Dal volante davanti, un’altra tenebrosa risata. Circumnavighiamo la ditta in tutte le direzioni, ripercorriamo quelle strade cento volte, tentiamo tutti gli ingressi, riprogrammiamo ed insultiamo il navigatore ancora ed ancora, ma ogni strada termina con un divieto di accesso per carichi pesanti. Puoi rischiare, ma non sai se resterai bloccato da qualche parte. E sei in campagna, è buio pesto, e non c’è nessuno. Ma per fortuna, stavolta Maki non è da solo. Per fortuna, con lui in cabina c’è Branko; per fortuna il camper può passare, andare a in avanscoperta, controllare com’è la strada. E trovare un guardiano notturno a cui chiedere come un 40 T arriva alla consegna. Scoprire che dovevamo infilarci proprio per quella stradina minuscola e persa nella campagna modenese. Una di quelle vietate, proprio quella con “divieto di proseguire, ponte con curva stretta”. Ma la ditta era pochi metri prima del ponte, e in realtà si poteva andare. “Ma come puoi saperlo?”, continuava a ripetere Maki. “E se arriva qui uno straniero, come lo trova, a chi chiede?”. 
Tra un’ora si riparte, stavolta andiamo verso est, Budapest. Stavolta, niente risate cavernose con noi, Branko dovrà cavarsela da solo.  E a giudicare dal suo sguardo, lo sa bene. (Lucia)

21 agosto – ore 12.00 

10.590 chilometri percorsi

Ormai è diventato normale anche per noi: sul camion si vive sempre così, in attesa, sempre all’ultimo minuto, sempre nell’imprevisto. Non sai mai nulla di quello che accadrà domani, che tempi avrai, dove sarai. Sai solo che, quando arriverà la telefonata con le indicazioni su luogo e ora, saresti già dovuto partire ore prima, sarai già in ritardo. Di fronte a questi assurdi Maki ride, di quella risata ventrale e profonda, da genio del male, che ha. Lui è abituato, conosce il suo lavoro e sa gestirlo. E in queste settimane ha cercato di insegnare anche a noi come non crollare sotto lo stress fisico e psicologico di questi ritmi, pressioni, come non cedere sotto i chilometri percorsi in estrema fretta, mai a più di 80 km orari. Oggi ripartiamo, ma Maki ha terminato il suo affiancamento, dice che siamo pronti per andare da soli. “Speriamo”, e ride. Guarda Branko, cercando nei suoi occhi la conferma di poterlo lasciare da solo alla guida del Volvo a 12 ruote. L’ultimo viaggio insieme è stata una nuova avventura. Arrivo all’1 di notte, pronti per lo scarico alle 6 del mattino. Devi già essere lì, perché se ti fermi e entri in pausa, non puoi più ripartire prima di 9 ore.

Solo che stavolta l’indirizzo della consegna risulta inaccessibile a carichi maggiori alle 6 tonnellate; e noi ne portiamo quasi 40. Dal volante davanti, un’altra tenebrosa risata. Circumnavighiamo la ditta in tutte le direzioni, ripercorriamo quelle strade cento volte, tentiamo tutti gli ingressi, riprogrammiamo ed insultiamo il navigatore ancora ed ancora, ma ogni strada termina con un divieto di accesso per carichi pesanti. Puoi rischiare, ma non sai se resterai bloccato da qualche parte. E sei in campagna, è buio pesto, e non c’è nessuno. Ma per fortuna, stavolta Maki non è da solo. Per fortuna, con lui in cabina c’è Branko; per fortuna il camper può passare, andare a in avanscoperta, controllare com’è la strada. E trovare un guardiano notturno a cui chiedere come un 40 T arriva alla consegna. Scoprire che dovevamo infilarci proprio per quella stradina minuscola e persa nella campagna modenese. Una di quelle vietate, proprio quella con “divieto di proseguire, ponte con curva stretta”. Ma la ditta era pochi metri prima del ponte, e in realtà si poteva andare. “Ma come puoi saperlo?”, continuava a ripetere Maki. “E se arriva qui uno straniero, come lo trova, a chi chiede?”. 

Tra un’ora si riparte, stavolta andiamo verso est, Budapest. Stavolta, niente risate cavernose con noi, Branko dovrà cavarsela da solo.  E a giudicare dal suo sguardo, lo sa bene. (Lucia)

Verona, Eurotrasporti. Ore 5.00 7898 chilometri percorsiDopo 24h trascorse nel torrido piazzale dell’Eurotrasporti, per onorare il blocco di ferragosto, passate a girare i lavoratori del piazzale e la loro ennesima attesa, stamattina siamo ripartiti, direzione Danimarca, in un’alba salmonata che ha reso appena più digeribili le 4 ore scarse di sonno che avevamo. Sonno. Mica tanto, poi. Prova tu a dormire in un piazzale con almeno una quindicina di tir, celle frigorifere che non dormono mai, ma rombano, ronzano, ruggiscono, per tutta la notte, neanche avessimo parcheggiato in uno zoo di predatori notturni. Non un secondo di pausa, non uno.E loro dormono lì ogni notte, almeno 30 gg ogni 40. I camionisti. Questi supereroi dell’adattamento e della tempistica, uomini-scheda, signori della puntualità, precisi, metodici, organizzatissimi, fanno impallidire qualsiasi nostro tentativo di emulazione.Avevamo un CB, ne eravamo orgogliosi, e non poco.Finchè non l’abbiamo acceso  ci siamo accorti che non captava quasi nulla, neanche il camion di Maki e Branko davanti a noi. Finchè Maki non ci ha spiegato che l’antenna deve trovarsi più in alto, meglio se lontano dalla plastica, che l’acciaio va benissimo, che aggiungendo anche questo, e questo, insomma, che lui dalla Svezia parla in Slovenia senza problemi, per ore. E ride, forte, di gusto, come fa sempre Maki. Umiliati di nuovo. Non c’è speranza, stanno troppo avanti.E’ uno spettacolo osservarli fare qualsiasi cosa. I loro pranzi, le loro cene. Hanno 45 minuti di pausa ogni 4 ore e mezza di guida. Per noi, non bastano neanche a renderci conto che siamo fermi. E’ vero che il più delle volte stiamo filmando, ma è solo una scusa.Basta guardarli, per capire che è una questione di equilibrio interiore. All’idea di cucinare, mangiare, lavrare e ripartire in così breve tempo, io già mi sento sotto stress.Loro invece arrivano, si fermano, scendono con calma dalla cabina, con passo lento si avvicinano al lato posteriore del camion, aprono uno stivone che funge da tavolino e dal quale tirano fuori pigramente pentolino, fornelletto, cipolla, olio, sugo. Tutto avviene nella più totale flemma e tranquillità, è la loro pausa  e se la godono fin in fondo. No stress. Eppure, 45 min dopo sono di nuovo in marcia, con lo stomaco pieno di buoni 200 g di pasta. Hanno ripulito tutto, sono andati in bagno, e a te sembra di non averli neanche visti muoversi. Noi stiamo ancora scolando la pasta. La classe non è acqua. Li ammiro. Mi dico che continuando a viaggiare le nostre 18 ore quotidiane, forse un giorno saremo come loro.Ma più forti della mia stima, come un disco rotto, risuonano nelle mie orecchie le parole di Branko, sbocconcellate con sguardo serio tra una risata e l’altra, durante una delle cene in piazzale.“noi siamo come cani. Dormiamo nella cuccia, facciamo la guardia e pisciamo sulle ruote del camion”. (Lucia)

Verona, Eurotrasporti. Ore 5.00 
7898 chilometri percorsi

Dopo 24h trascorse nel torrido piazzale dell’Eurotrasporti, per onorare il blocco di ferragosto, passate a girare i lavoratori del piazzale e la loro ennesima attesa, stamattina siamo ripartiti, direzione Danimarca, in un’alba salmonata che ha reso appena più digeribili le 4 ore scarse di sonno che avevamo.
Sonno. Mica tanto, poi. Prova tu a dormire in un piazzale con almeno una quindicina di tir, celle frigorifere che non dormono mai, ma rombano, ronzano, ruggiscono, per tutta la notte, neanche avessimo parcheggiato in uno zoo di predatori notturni. Non un secondo di pausa, non uno.
E loro dormono lì ogni notte, almeno 30 gg ogni 40. I camionisti. Questi supereroi dell’adattamento e della tempistica, uomini-scheda, signori della puntualità, precisi, metodici, organizzatissimi, fanno impallidire qualsiasi nostro tentativo di emulazione.
Avevamo un CB, ne eravamo orgogliosi, e non poco.
Finchè non l’abbiamo acceso  ci siamo accorti che non captava quasi nulla, neanche il camion di Maki e Branko davanti a noi. Finchè Maki non ci ha spiegato che l’antenna deve trovarsi più in alto, meglio se lontano dalla plastica, che l’acciaio va benissimo, che aggiungendo anche questo, e questo, insomma, che lui dalla Svezia parla in Slovenia senza problemi, per ore. E ride, forte, di gusto, come fa sempre Maki. Umiliati di nuovo. Non c’è speranza, stanno troppo avanti.
E’ uno spettacolo osservarli fare qualsiasi cosa. I loro pranzi, le loro cene. Hanno 45 minuti di pausa ogni 4 ore e mezza di guida. Per noi, non bastano neanche a renderci conto che siamo fermi. E’ vero che il più delle volte stiamo filmando, ma è solo una scusa.
Basta guardarli, per capire che è una questione di equilibrio interiore. All’idea di cucinare, mangiare, lavrare e ripartire in così breve tempo, io già mi sento sotto stress.
Loro invece arrivano, si fermano, scendono con calma dalla cabina, con passo lento si avvicinano al lato posteriore del camion, aprono uno stivone che funge da tavolino e dal quale tirano fuori pigramente pentolino, fornelletto, cipolla, olio, sugo. Tutto avviene nella più totale flemma e tranquillità, è la loro pausa  e se la godono fin in fondo. No stress. Eppure, 45 min dopo sono di nuovo in marcia, con lo stomaco pieno di buoni 200 g di pasta. Hanno ripulito tutto, sono andati in bagno, e a te sembra di non averli neanche visti muoversi. Noi stiamo ancora scolando la pasta. La classe non è acqua. Li ammiro. Mi dico che continuando a viaggiare le nostre 18 ore quotidiane, forse un giorno saremo come loro.
Ma più forti della mia stima, come un disco rotto, risuonano nelle mie orecchie le parole di Branko, sbocconcellate con sguardo serio tra una risata e l’altra, durante una delle cene in piazzale.
“noi siamo come cani. Dormiamo nella cuccia, facciamo la guardia e pisciamo sulle ruote del camion”. (Lucia)

13-08 porto di Rostock - Germania - ore 20.00
 
Alberto e Luca si sono imbarcati con Branko e Maki sul traghetto per la Svezia. Io ed Igor siamo rimasti qui al porto con il camper. Camion che vengono e vanno da tutta la notte, per tutto il giorno.
 
Minuscoli uccellini beccano qualcosa dalla griglia del radiatore del camion parcheggiato accanto a noi; li osserviamo scambiarsi l’un l’altro i piccoli insetti rimasti spiaccicati contro il mezzo. Mentre cerco la macchina fotografica, ci accorgiamo di 4 occhi che ci guardano interrogativi. Sono Mariane e Aurel, che dalla cabina in alto si domandano cosa osserviamo sotto di loro. In breve gli offriamo il caffè appena pronto, mentre loro ricambiano con sorrisi pieni di stupore, e poi cioccolata, una lattina di birra, una coca cola. Vengono dalla Romania, hanno caricato in Danimarca e ora vanno a scaricare in Svezia. Ripartono veloci, e al loro posto si ferma un camion giallo canarino con un uomo piccolissimo a bordo. In breve viene accerchiato da una camionetta della polizia. Con delle torce gli perlustrano il motore, gli chiedono qualcosa, il volto dell’uomo appare preoccupato, cinque poliziotti gli ronzano intorno. Alla fine lo vedo tirare fuori 10 euro, paga senza cambiare espressione, i poliziotti sembrano invece del tutto privi di mimica facciale. Corro di nuovo alla macchina fotografica, ma Highlander, per fortuna, mi ferma. Poi la volante si allontana, il canarino gigante pure, e con loro, se ne va anche la seconda foto mancata della giornata. (Lucia)

13-08 porto di Rostock - Germania - ore 20.00

 

Alberto e Luca si sono imbarcati con Branko e Maki sul traghetto per la Svezia. Io ed Igor siamo rimasti qui al porto con il camper. Camion che vengono e vanno da tutta la notte, per tutto il giorno.

 

Minuscoli uccellini beccano qualcosa dalla griglia del radiatore del camion parcheggiato accanto a noi; li osserviamo scambiarsi l’un l’altro i piccoli insetti rimasti spiaccicati contro il mezzo. Mentre cerco la macchina fotografica, ci accorgiamo di 4 occhi che ci guardano interrogativi. Sono Mariane e Aurel, che dalla cabina in alto si domandano cosa osserviamo sotto di loro. In breve gli offriamo il caffè appena pronto, mentre loro ricambiano con sorrisi pieni di stupore, e poi cioccolata, una lattina di birra, una coca cola. Vengono dalla Romania, hanno caricato in Danimarca e ora vanno a scaricare in Svezia. Ripartono veloci, e al loro posto si ferma un camion giallo canarino con un uomo piccolissimo a bordo. In breve viene accerchiato da una camionetta della polizia. Con delle torce gli perlustrano il motore, gli chiedono qualcosa, il volto dell’uomo appare preoccupato, cinque poliziotti gli ronzano intorno. Alla fine lo vedo tirare fuori 10 euro, paga senza cambiare espressione, i poliziotti sembrano invece del tutto privi di mimica facciale. Corro di nuovo alla macchina fotografica, ma Highlander, per fortuna, mi ferma. Poi la volante si allontana, il canarino gigante pure, e con loro, se ne va anche la seconda foto mancata della giornata. (Lucia)

12-08 - Germania, A19 - ore 20.30
 
Difficile pensare di raggiungere il mar Baltico e trovare un tramonto così rosso da sembrare l’Africa. Da ore costeggiamo solo campagna, campi con raccolti pronti, musi di trebbiatrici che spuntano da nuvole di terra e paglia, pale eoliche che altissime e nere si stagliano su questo tramonto di fuoco, con movimenti sincronici che ricordano una danza tra amanti. Solo un paio di chilometri dopo, l’energia pulita lascia il posto ad un mostro di metallo; come un drago sputa fumo, incombe su di noi enorme e minaccioso, mentre intimoriti facciamo il nostro ingresso nel porto. La centrale a carbone di Rostock. (Lucia)

12-08 - Germania, A19 - ore 20.30

 

Difficile pensare di raggiungere il mar Baltico e trovare un tramonto così rosso da sembrare l’Africa. Da ore costeggiamo solo campagna, campi con raccolti pronti, musi di trebbiatrici che spuntano da nuvole di terra e paglia, pale eoliche che altissime e nere si stagliano su questo tramonto di fuoco, con movimenti sincronici che ricordano una danza tra amanti. Solo un paio di chilometri dopo, l’energia pulita lascia il posto ad un mostro di metallo; come un drago sputa fumo, incombe su di noi enorme e minaccioso, mentre intimoriti facciamo il nostro ingresso nel porto. La centrale a carbone di Rostock. (Lucia)

11 agosto – Verona - 17.00
Donne, quasi solo donne. Quelle vestite male e con volti contriti che in gruppi di quattro uscivano in macchina dal deposito di patate a Talcy; le nigeriane che schiamazzando e rispondendo ai miei sorrisi, si allontanavano a piedi dal deposito di pesche di Forlì, dove abbiamo caricato stamattina. Campagne desolate, piene solo di container e prodotti da caricare e scaricare, popolati soprattutto da madri, figlie, donne che in gruppi sciamano da un luogo all’altro.E pochi uomini, isolati, che spuntano d’improvviso dentro trattori polverosi, spariscono dietro montagne di casse stracolme di frutta. Tornati all’Eurotrasporti, c’è giusto il tempo di ricevere nuove istruzioni, rifornire il camper, e si riparte.Prossima destinazione, la luce del nord. Halmstad, Svezia. (Lucia)

11 agosto – Verona - 17.00

Donne, quasi solo donne. Quelle vestite male e con volti contriti che in gruppi di quattro uscivano in macchina dal deposito di patate a Talcy; le nigeriane che schiamazzando e rispondendo ai miei sorrisi, si allontanavano a piedi dal deposito di pesche di Forlì, dove abbiamo caricato stamattina. Campagne desolate, piene solo di container e prodotti da caricare e scaricare, popolati soprattutto da madri, figlie, donne che in gruppi sciamano da un luogo all’altro.E pochi uomini, isolati, che spuntano d’improvviso dentro trattori polverosi, spariscono dietro montagne di casse stracolme di frutta. 
Tornati all’Eurotrasporti, c’è giusto il tempo di ricevere nuove istruzioni, rifornire il camper, e si riparte.
Prossima destinazione, la luce del nord. Halmstad, Svezia. (Lucia)